Nello scorso mese di
luglio ero in ferie e scorrendo le
pagine di un noto quotidiano
nazionale, sono rimasto molto
colpito dal titolo di un articolo:
«Crescono gli emigranti, 700 mila
dal Sud al Nord» - E giù, tutta una
sfilza di dati che riportava
drammaticamente in evidenza
un’atavica e mai guarita piaga
sociale tipica del nostro Meridione.
Le valigie di cartone non ci sono
più, scriveva l’articolista, ma i
numeri sono sempre quelli… - Solo
nel 2008 sono stati 122 mila gli
italiani che si sono trasferiti dal
Sud al Nord del Paese in cerca di
lavoro. Un numero in leggera
crescita rispetto l’anno precedente,
quando erano stati 116 mila, ma
sostanzialmente stabile rispetto al
passato. Negli ultimi 11 anni,
considerando partenze e rientri, il
Sud ha perso a favore del Nord 700
mila persone. Se risaliamo le
tabelle e torniamo indietro fino al
1955 (ricerca wikipedia), superiamo
addirittura i 4 milioni. Di
questione meridionale si parla da
quasi 150 anni, la prima volta in
parlamento nel 1873, quando l’unità
d’Italia era ancora fresca. Il
«Rapporto sull’economia del
Mezzogiorno 2009» presenta un Paese
spaccato in due sul fronte
migratorio: un «Centro Nord che
attira e smista flussi migratori al
suo interno» ed un Sud «che espelle
giovani e manodopera senza
rimpiazzarli». Due paesi in uno. Per
i giovani fra i 15 e 24 anni, il
tasso di disoccupazione è al 14,5%
al Centro-Nord, 33,6% al Sud. Da qui
il richiamo e il monito del capo
dello Stato, Giorgio Napolitano, il
quale sostiene che «deve crescere
nelle istituzioni, così come nella
società, la coscienza che il divario
tra Nord e Sud deve essere corretto
per non vedere più persone costrette
a lasciare la loro terra per
lavorare». Per una migliore
comprensione di ciò che è stato e di
ciò che rappresenta ancora oggi
questo fenomeno di grande rilevanza
sociale per le regioni meridionali,
mi è sembrato interessante integrare
la notizia sopra riportata con
un’intervista ad un nostro anziano
concittadino, ex emigrante degli
anni ’60, che di seguito vi
riportiamo.
-Qual'è la
vostra età e come vi
chiamate? Sono
Vincenzo ***********. Il
prossimo 16 ottobre compirò 83 anni.
-So che siete
un emigrante ormai in pensione, dove
vivete attualmente? Sono
andato in pensione nel 1984, con 35
anni di servizio, vivo a Torino da
circa 50 anni, anche se
frequentemente torno a Lucca Sicula
dove io e mia moglie abbiamo casa,
amici e parenti.
-In che anno emigrò, dove emigrò,
quanti anni aveva e perché decise di
emigrare? Sono emigrato al Nord nella
città di Torino, in cerca di lavoro,
una prima volta nel lontano 1955,
avevo 29 anni ed ero sposato, ma
dopo 40 giorni dovetti ritornare al
mio paese senza alcun risultato.
-Quale era la
condizione sociale (il tipo di vita)
nella Lucca di quel tempo? A quei
tempi (siamo nel secolo scorso, dopo
la fine della Seconda Guerra
Mondiale) si viveva una vita misera,
il lavoro dei campi, che era quello
praticato dalla stragrande
maggioranza della popolazione, era
duro e poco fruttifero, si lavorava
molto e si raccoglieva poco.
-Ci racconti
del suo trasferimento dal Sud al
Nord, come avvenne, l’ha aiutata
qualche amico o famigliare? Sotto la spinta di mia sorella
Salvatrice che già risiedeva a
Torino, mi convinsi a fare un nuovo
tentativo, nel 1960, che questa
volta si rivelò fruttuoso. L’impatto
con la città appena arrivato la
prima volta alla stazione di Porta
Nuova, con la valigia di cartone, fu
a dir poco sorprendente, perché non
ero solo. Mi feci coraggio a vedere
tanti giovani che come me tentavano
quella stessa avventura perché
aspiravano ad una vita migliore. Per
dormire ero ospite di mia sorella su
un lettino che dividevo con altri
tre compaesani. Al mattino la
sveglia era diversa per ognuno di
noi, a seconda dei nostri impegni,
se non che, quando suonava per il
primo, gli altri venivano
immancabilmente svegliati e non si
dormiva più.
-Cosa ha fatto
quando è arrivato a Torino, come è
stata accolta dalla gente di quella
città, avete subito atteggiamenti
d’intolleranza o manifestazioni di
razzismo? Trovare lavoro e una casa non
era facile neanche lì; i lavori che
davano a noi, così detti “terrun”
, erano sempre i più
duri anche perché, ad essere
obiettivi, non avevamo
professionalità, competenze, né
istruzione, e venivamo considerati
peggio degli stranieri che sono
accolti oggi in Italia. Per trovare
casa mi è stato utile l’aiuto che mi
ha dato un nostro concittadino, il
quale ha garantito per me nei
confronti dei proprietari.
-Come ha fatto
a trovare lavoro e che tipo di
lavoro ha svolto? Di giorno mi adattavo a fare
qualche lavoro da manovale; era un
continuo sperare nella famosa
chiamata alla Fiat. Una volta si
presentò un tizio che ci venne
presentato come un mediatore che ci
avrebbe fatto entrare in quella
azienda sotto compenso, ma dopo una
breve consultazione ci accorgemmo
che dietro si nascondeva una truffa,
per tanto, rinunciammo. I lavori che
riuscivo a trovare erano quasi tutti
nel settore edilizio. Mi ricordo
quando, nel periodo invernale, si
dovevano spostare barre di ferro nei
cantieri, con la temperatura a
diversi gradi sotto zero: le mani
restavano attaccate. Un bel giorno
mia sorella, che lavorava presso un
dirigente Fiat come collaboratrice
domestica, mi diede la bella
notizia: ero stato assunto! Dopo le
procedure di rito, visite mediche,
compilazione documenti anagrafici,
presi lavoro presso le officine
della S.p.A. Stura, ove venivano
realizzati basamenti per mezzi
pesanti. Era un lavoro durissimo ma
poco dopo mi spostarono alla lastro
- ferratura, dove con una mola
dovevamo sgrossare le saldature. Fu
così che un giorno, pur avendo gli
occhiali, mi entrò una scheggia in
un occhio; il capo officina mi
intimò che se fossi andato in
infermeria mi avrebbe fatto la
multa, e così fu. Quella scheggia mi
costò cara, però chiesi di essere
trasferito e fui mandato allo
stabilimento Fiat di Mirafiori,
reparto manutenzione, cosa che mi
permise di incontrare tanti altri
paesani.
-Quale era la
vostra retribuzione a quei tempi? La
retribuzione mensile era di 70.000
lire.
-Quando avete
deciso di chiamare tutta la famiglia
al Nord? A quel punto cercai e trovai
casa in periferia. Intanto, era
maturata l’idea di trasferire tutta
la famiglia. Era l’agosto del 1962.
Cominciavo a vedere la luce del
Paradiso.
-Quali sono
state le reazioni dei vostri
famigliari e dei vostri parenti di
fronte a questo evento? Lasciare il luogo nativo, la
propria casa, gli amici, i parenti,
le proprie cose, rifarsi una vita,
ricominciare tutto da capo, in un
ambiente non facile, anzi ostile,
credo non sia semplice per nessuno,
ma il bisogno di sfamare la propria
famiglia, di realizzarti, e il
desiderio di vivere una vita
migliore, ti porta a superare anche
questo; ed è ciò che è avvenuto.
-Trova cambiato
il paese attualmente rispetto alla
Lucca degli anni ‘60? Sì,
c’è più benessere e il paese è molto
migliorato, ma solo per
forza di cose non certo per
un apporto significativo dei
cittadini.
-Cosa manca
ancora al nostro paese perché
diventi una realtà dove tutti
possono vivere?
Ci vorrebbe più coraggio e meno
pensare alla giornata e quindi
più lavoro per i giovani. Il rischio
di imprendere spesso e sovrastato da
un mercato locale che
non abituato a produrre
idee, ma solo (se ci fate
caso) Putie, muratori, campagna, in
pratica manovalanza. Non ho
mai visto tanti insegnanti precari
come in questi paesi.
-E’ possibile
immaginare un futuro che veda un
vostro ritorno a Lucca? Io,
mia moglie e mio figlio, con la sua
famiglia, torniamo spesso a Lucca,
ci piace stare qui, potremmo
valutare la possibilità di ritornare
a vivere definitivamente qui se vi
fosse la sicurezza rappresentata da
una continuità di lavoro. Ma
per esperienza e
non me ne voglia male,
il peggior nemico del Sud
e la gente del
sud, il peggior nemico di
Lucca e la gente di Lucca,
provi a dialogare con queste
teste, senza però ragionare
come Lucchese, perché per noi
che siamo nati qui è facile
capire "Lucca/sud pensiero" ma
credo che i nostri limiti li
abbiamo raggiunti.
- Non capisco cosa
vuole dire con Lucca Pensiero
Voglio dire
che , non è il posto che fa
gli abitanti ma gli abitanti
che fanno il posto, e
noi abbiamo quello che siamo.
Io mi sento
realizzato come uomo
lavoratore e sono felice di
essere riuscito a dare una
esistenza migliore alla
mia famiglia. Mi sento un
fallito e un vigliacco ad
essere andato via dal mio
paese senza pensare di
migliorarlo un poco con la mia
esperienza maturata in 50 anni
di Nord.
- Grazie Zu Vicèè.
Grazie a voi che almeno avete
il coraggio di dire le
cose per come
stanno e non di dire le cose
che i Lucchesi e i meridionali ci
vogliamo sentir dire.
Testata iscritta al n° 917
del Registro Stampa del Lichtensteinin data 16/11/2008 - Vat
02203780842
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