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LUCCA SICULA - iniziativa privata No Profit ideato da Saccaro Giovanni e Peppe Piazza

 

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  • Tornare. Ci avevo pensato tante volte e altrettante avevo archiviato l'idea, velocemente, furtivamente, per non sorprendermi a scavarne i motivi. Quel grumo pesante, voluminoso, era così scivolato sul fondo, arenandosi nella bassa marea del tempo, come una malattia, una colpa. Come una vergogna.

    E invece eccomi qui, nuovamente a Lucca Sicula, vent'anni dopo. Siedo ai tavolini di un bar in piazza. A la chiazza. Protetto da occhiali da sole, osservo come fossi un turista. Ma i turisti non fanno paragoni, mentre io sì. Noto le novità - questi strani lampioni chi minchia ci fannu? E le palme, - e questa luce che nonostante tutto è rimasta uguale. Luce impastata di calore e colori. E ricordi. E allora, come scivolando in una pozza d'acqua sulfurea calda ed avvolgente, ma dolceamara, ripenso a lei.

    Mi torna in mente la sua risata cristallina, il rimbombare dei suoi acuti nel silenzio della Piazza, di notte, in inverno. Già, la Piazza solitaria nelle notti di Dicembre quando, durante le vacanze scolastiche, felici per non doverci alzare al suono della sveglia, ci godevamo il fare tardi e, pieni delle nostre aspirazioni giovanili, lamentavamo la mancanza di vita sotto le luminarie accese.

    A quei tempi criticavamo la provincia; Lucca ci sembrava un paese morto perché uscendo, la sera non avevamo una vasta scelta di pub e locali nei quali andare. La socialità, poi, era limitata perché come avevamo l'abitudine di dire “se entravamo in un locale in tre uscivamo in tre” cioè non aumentava mai il numero dei conoscenti, perché i gruppi erano piuttosto chiusi e ti ritrovavi puntualmente a socializzare solo con chi, in qualche modo, conoscevi già.

    Sorrido mentre ripenso al quelle serate, a come ci piaceva uscire alticci dai locali ed improvvisare canzoni e scenette. Scorrazzavamo come ragazzini ed ogni tanto cedevamo alla seduzione dei campanelli da suonare per poi darci alla fuga.

    Non pensavo a lei da molto tempo; preso dai ritmi frenetici della mia quotidianità e dalla lontananza che separa le nostre esistenze. Chissà dove vive adesso; chissà che lavoro fa, com'è la sua casa, con chi la divide. Chissà se ha ancora quell'aria stralunata quando si sveglia al mattino, se ancora si infervora parlando di politica e giustizia e se strilla ancora, per strada, quando incrocia un guidatore incapace.

    Probabilmente no, probabilmente il tempo ha portato via le sue passionali intemperanze; sorrido e mi accorgo che prefigurarmela noiosa e pedante è, per la mia mente, quasi un assurdo concettuale.

    Soffermo lo sguardo sulle molte sedie vuote del bar, sui vecchi che, in gruppo, parlano forte e commentano in modo disconnesso lo sport e la politica. Poco distante alcuni di loro spalmano sulla panchina di ferro il proprio silenzio e la propria solitudine.

    Mi chiedo come mai io non sia mai riuscito a sentirmi davvero appartenente a questa terra come mai nonostante gli anni trascorsi qui io non sia stato capace di superare quel senso pungente di estraneità verso questo posto. L'eterno sguardo da turista, l'eterno atteggiamento da straniero quasi che il trascorrere delle giornate e l'assunzione di certe abitudini non fossero comunque bastevoli a superare la sensazione di temporaneo che impregnava di sé tutto il mio vivere.

    Ne parlavo con lei, spesso. Lei sembrava condividerlo ed ogni tanto, quando cercavo di capire il significato profondo di quel mio stare, lei mi guardava bonaria, accondiscendente e nei suoi occhi incredibilmente luminosi scoprivo un sapere nascosto, una consapevolezza radicata ed intravedevo la forza necessaria a superare disagio per affrontare con fermezza la scelta di un'esistenza altrove.

    Anche lei era partita, come tanti della nostra generazione; ed io scioccamente ne avevo perso le tracce lasciandola scivolare nel dimenticatoio in cui si ritrovano le storie non concluse.

    In fondo alla piazza, seminascosto ecco il profilo massiccio di un cane randagio. Lo sento abbaiare con indolenza perché tutti sanno che la piazza è il suo territorio e quindi non occorre ribadire a gran voce il suo incontrastato dominio.

    Sembra ben nutrito e fiducioso nel gesto gentile ed abitudinario del padrone del bar che, prima di fare le pulizie prima della chiusura, gli lascerà in un angolo i resti della rosticceria del giorno. E dopo aver divorato focacce, arancine e calzoni, il randagio della piazza andrà a bere nella base rettangolare della piccola fontanella.

    Dovrà aspettare il suo turno, perché adesso una giovane coppia di rumeni sta riempiendo a quella stessa fontana un paio di grossi bidoni. Quanti stranieri ho incrociato passeggiando per il corso..

    Quanti contrasti in questo posto, paesaggi mozzafiato tra l'azzurro intenso del cielo ed il giallo accecante dei campi di grano e, come contraltare, le difficoltà di una vita quotidiana costellata da continui problemi, da inefficienze, da solitudini, da ineluttabile arrendevolezza.

    Un sentire altalenante. Anche a distanza di vent'anni Lucca riesce a svegliarmi dentro sensazioni contrapposte ed egualmente forti, spingendomi ora dentro alla cupa malinconia del migrante ora esaltandomi nella leggerezza propria di chi vive la vita nel mondo reale fatto di lontananza controbilanciata da piccole, giornaliere soddisfazioni.

    Tornare. Se ci penso continuo a sentirmi spinto ad un'operazione di archiviazione sentimentale. Già, perché se decidessi di tornare definitivamente lo farei, penso, per ragioni di pathos. Ma le scelte d'amore dove mi hanno portato? Rido tra me e me pensando che tutte le volte in cui ho disattivato il pensiero razionale ho, inevitabilmente, scantonato nella fregatura. Non ho voglia di raccontarmela, non ho voglia di sforzarmi per trovare dei pro ad una scelta definitiva. Preferisco lasciarmi sconfiggere dai contro, e coltivare una sana ed imperitura malinconia continuando a guardare questo posto come l'oasi idealizzata ed irraggiungibile.

    Forse sono troppo cinico. Del resto sono passati vent'anni e non è verosimile che nulla sia cambiato. Lei che ne penserebbe? Ma poi, lei che c'entra? È lontana mille miglia e vive la sua vita chissà dove. Magari neanche la sfiora l'idea di tornare qui e non poter scegliere il locale in cui trascorrere la serata.

    Mi sento quasi psicotico, schiacciato da un sentire che è stato e che non ha alcun diritto di entrare nel merito del mio decidere presente. Del resto non c'è proprio niente da decidere. Continuo a far scivolare il mio sguardo da turista sul noto che mi circonda.

    Trasformazioni architettoniche. Restauri. Vecchie strade vestite di nuovo; nuovi lampioni, stili diversi che si mescolano in modo incoerente e mi comunicano un personalissimo senso di frammentario ed a progettuale. La discontinuità è novità oppure è solo caos?ma  le pagliaroli restano sempre  le stesse, chissà di chi sono?

    Non so ma, improvvisamente non mi sento a mio agio e meccanicamente mi volto a cercare con lo sguardo smarrito. Ad un tratto non mi sembra sinonimo di mete raggiunte. Cosa potrebbe pensare, incontrandomi, il mio insegnante di media che mi vedeva destinato al più luminoso futuro? Penserebbe che, in fin dei conti, sono solo uno come tanti, uno che forse ha sprecato il proprio talento ed ha finito per accontentarsi di un'esistenza quasi mediocre e banale.

    Quindi non torno per questo? Per non sentirmi giudicare da chi ha maturato aspettative su di me? Ma poi, mi viene da chiedermi, chi l'ha autorizzato a maturare aspettative pensando di conoscermi?

    La verità è che preferisco vivere dove vivo, lontano da certi stereotipi del passato e girare per strade sconosciute in cui non sono costretto a salutare tutte le persone che incontro perché le conosco anche solo di vista. Ecco, uno dei motivi della mia partenza. Il bisogno di sentirmi ignoto tra ignoti, estraneo tra estranei.

    L'estraneità mi perseguita e mi accompagna , e se adesso è risorsa positiva del mio vivere in un'altra città, un tempo era fonte di disadattamento, base del mio non appartenere. Ci soffrivo, lo ricordo bene, e mi arrovellavo il cervello per comprenderne le ragioni recondite.

    Decido di sospendere per un attimo lo scorrere dei pensieri, mi alzo lentamente dalla sedia e mi avvio, come spinto da un segreto desiderio, verso la scalinata di la Matrici.

    Mi piace la Matrici, mi piaceva già nei racconti di mio nonno quando, tenendomi per mano, me la descriveva traboccante di vita e risuonante delle campane. Adesso è diversa; silenziosa. Sulla sinistra vedo la minuscola porta chiusa di una libreria; più avanti i tavolini di un bar,  A destra la saracinesca abbassata di Petrantoni, muovendo lo sguardo verso gli scalini, ecco la facciata rimessa a nuovo.

    Ricordo di esservi entrato, molti anni fa, per vedere una pittura. Le pareti dall'intonaco scrostato erano desolate e decadenti ed in qualche angolo, dimenticati dal tempo e scoloriti dall'incuria si intravedevano frammenti di affreschi.

    Già, l'incuria. Tantissime volte mi ero ritrovato a pensare che il male di Lucca e dell'intero sud dell'Italia fosse proprio la trascuratezza. Da giovanissimo attribuivo tale e tanta decadenza alla mancanza cronica di metodo da parte delle pubbliche amministrazioni; con il tempo, poi, maturando una certa consapevolezza politica ero giunto alla determinazione che il Mezzogiorno, con le sue bellezze e ricchezze era visto solo come una golosa torta da spartire tra le più disparate figure politiche.

    Ispiro profondamente dal naso, faccio scendere l'aria giù in fondo, nel torace. Con un gesto veloce e mirato ne allento il nodo e lascio ricadere la mano buttando fuori il fiato dalla bocca, a lungo, quasi fossi in palestra ad allenarmi.

    Chiudo gli occhi per un attimo e quando li riapro l'opacità avvertita poco prima come una nebbia sottile adagiata sullo sguardo sembra, ad un tratto, sparita.

    Sbircio nuovamente l'orologio, e mi avvio a passo lento verso casa dei miei.

    Dopo un paio di scalini mi ritrovo a sorridere e, neanche a dirlo, nella mente mi si prefigura il viso di lei. Sorride, con gli occhi luminosi, bonari ed accondiscendenti, e mentre la Piazza viene riavvolta dal suo guscio muto inizio a fischiettare una vecchia melodia. Mi sento leggero e penso che manca meno di un giorno alla partenza del mio aereo; posso tornare a casa.

 


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